“ Se io dovessi mai uscire di qui, ricomincerei ad uccidere di nuovo, ma stavolta sarebbe peggio, molto peggio…” Queste le parole di un omicida seriale, dichiarato capace di intendere e di volere, la cui condanna alla pena di morte è stata convertita per motivi politici in carcere a vita: Anatoly Onoprienko.
Nato a Laski in Ucraina Anatoly Onoprienko, orfano di madre all’età di 4 anni rimane solo con il padre e il fratello maggiore che tre anni più tardi decidono di liberarsi della sua presenza rinchiudendolo in un orfanotrofio. Cresce tra paura, botte e fame Anatoly in quell’orfanotrofio dell’ex Unione Sovietica. I dolorosi eventi dell’infanzia, che senza ombra di dubbio lo segnano indelebilmente, contribuiscono alla nascita e all’accrescimento di un sentimento distorto di odio viscerale nei confronti della figura della famiglia e in senso più generale una completa mancanza di percezione della sofferenza umana. Da adulto si rende protagonista di molte attività, studia silvicoltura, lavora come marinaio,come pompiere(dove una scheda attitudinale lo definisce come un uomo duro, ma giusto) per poi emigrare all’estero come operaio. Apparentemente la vita normale di un uomo scontroso, riservato, dal carattere forte, spesso duro che cerca di riscattare da adulto la sofferenza a cui la vita lo ha posto contro così presto.
:<<…. Ero nei boschi e sparai a un cervo. Ricordo che, mentre lo guardavo morire, mi sentivo sconvolto, no capivo perché lo avevo fatto e mi spiaceva per lui. Non ho più provato un sentimento simile>>. E’ il primo “omicidio” che il nostro protagonista commette appena più che ventenne e la vittima è un cervo. L’importanza di questa prima esperienza al fine di poter meglio comprendere la sua natura è da ricercarsi proprio nelle parole sopra riportate: fu la prima e unica volta che Anatoly, uomo di media statura ma con un fisico atletico, educato, razionale ed eloquente, provò un sentimento di pietà per una vittima
Nel 1989 l’incontro con Sergei Rogozin in una palestra da entrambi frequentata. Entrambi giovani, entrambi insoddisfatti della propria vita, diventano amici e decidono di arrotondare il magro stipendio che percepiscono rapinando case di chi se la passa meglio.
Una notte, durante una rapina in una casa isolata, qualcosa va storto. Vengono scoperti ed è subito chiaro ad entrambi che per non finire in prigione e poter sparire nel nulla devono eliminare tutti i possibili testimoni di quell’incursione notturna.Vengono così uccisi due adulti e otto bambini.Dopo questo avvenimento Anatoly rompe il legame con l’amico e comincia la sua carriera di sterminatore solitario. Il successivo omicidio di li a pochi mesi vede come vittime cinque persone. Lo stesso omicida affermerà poi che non era sua intenzione ucciderli, che il suo scopo era rubare e che nessuna soddisfazione o giovamento aveva tratto da quel gesto anzi, dirà di detestare i cadaveri, il loro odore e le spregevoli vibrazioni che essi emanano.A seguito di questi eventi Onoprienko rimarrà quieto e silente fino al 24 dicembre 1995.La data sopra riportata segna l’inizio della vera e propria carneficina.Cadono, in ordine, sotto l’opera impietosa del fucile a canne mozze di Terminator, questo il nomignolo con cui viene ricordato, la famiglia Zaichenko, la famiglia Kryuchkov e un loro vicino (a soli nove giorni dal primo sterminio); il 5 gennaio 1996 tocca a due uomini d’affari intenti a discutere nella propria auto e successivamente trovano la morte il Sig. Garmasha, un semplice passante, il poliziotto Pybalko, l’ufficiale di marina Kasai, il tassista Savitsky e il cuoco Kochergina, morti per la decisione presa da Anatoly di mirare alle auto di passaggio sull’autostrada.
“ Per me era come cacciare. Me ne stavo seduto, annoiato, senza niente da fare e improvvisamente l’idea entrava nella mia testa. Avrei voluto fare qualcosa per cacciarla dalla mente, ma non potevo, era più forte di me. Così montavo in macchina o prendevo un treno e andavo ad uccidere”.
Ma il sangue versato non serve a placare la sua sete, la sua gola rimane asciutta, non c’è benessere e le voci, quelle voci che guidano le atroci gesta e che parlano alla sua mente sin da quando il padre lo ha abbandonato,gli dicono di andare avanti, gli comandano di uccidere ancora…e così il bollettino delle morti è destinato a salire ancora come è destinata ad ingrossarsi la scia di sangue che si porta dietroIl 17 Gennaio ’96 la famiglia Pilat, compreso un bimbo di 6 anni, viene massacrata e i cadaveri arsi insieme alla loro dimora, colpevoli di poter essere possibili testimoni, anche due vicini di casa delle vittime vengono uccisi.Di li a pochi giorni saranno un infermiera insieme ai suoi bambini e ad un amico a incrociare la propria strada con quella di Anatoly.La bramosia di uccidere, l’ossessione non lo abbandonano e i suoi crimini diventano sempre più efferati.
Il 19 febbraio stermina la famiglia Olevsk uccidendo padre e figlio a copi di fucile e preferendo un martello per finire madre e figlia. Il 27 dello stesso mese tocca alla famiglia Bodnarchuk, dove al fianco del fido fucile compare un ascia con la quale proverà della vita anche due vicini di casa.Ultime vittime, secondo quanto affermato dallo stesso assassino, appartengono alla famiglia Novosad, che trovarono la morte il 22 marzo 1996.La lunga serie di omicidi commessi dal gennaio al marzo ’96 vedono come ambientazione lo stesso posto, una località di nome Bratcovichi e le zone ad essa limitrofe. Gli abitanti esasperati dalla condizione di terrore in cui sono costretti a vivere chiedono ed ottengono misure di sicurezza speciali. Si mobilitano a tutela della popolazione 2000 agenti di polizia che ingaggiano una vera e propria caccia all’uomo, mentre la guardia Nazionale circonda l’intera cittadina. Nessuno conosce il nome dell’assassino e nessuno ne conosce i tratti somatici, ma allora come fare? Sembrerebbe una battaglia ingaggiata contro il nulla quella degli abitanti di Bratcovichi e dei suoi poliziotti, e lo sarebbe stata se non fosse arrivato inconsapevole l’aiuto della famiglia di Anatoly. Quella stessa famiglia che lo aveva tradito nei primissimi anni di vita, lo tradisce ora fornendo un prezioso aiuto, quasi il lasciapassare alla sua cattura.A seguito di un litigio, Anatoly Onoprienko minaccia di “punire” il cugino Pyotr e la sua famiglia , di cui è ospite, e l’uomo spaventato lo caccia di casa e chiama la polizia confessando che il parente nasconde in casa numerose armi. Fra queste spicca un fucile calibro dodici che cattura l’attenzione dell’ispettore Kryukov. Comincia la ricerca, si sa che Anatoly è andato a Zhitomirskaya dalla sua donna. Individuato il domicilio della convivente, una ventina di poliziotti con Kryukov a capo non perdono tempo, vi si recano e circondano l’appartamento della donna. Dentro Onoprienko è solo in attesa dell’imminente rientro della compagna, così quando sente suonare alla porta, del tutto ignaro di ciò che lo aspetta, apre e colto alla sprovvista si lascia catturare dagli agenti. Dalla perquisizione dell’appartamento vengono rinvenuti numerosi oggetti che risulteranno provenire dalle abitazioni delle famiglie massacrate.Il processo ha inizio il 12 febbraio 1999 e il primo aprile arriva la sentenza: dichiarato capace di intendere e di volere nonostante il suo avvocato, pur riconoscendo le colpe del proprio cliente, cerca di calcare la mano sull’infanzia dolora e devastante del suo cliente, viene condannato a morte tramite fucilazione. E’ su richiesta dei membri dell’Unione Europea che l’Ukraina congela l’esecuzione di Anatoly Onoprienko e la trasmuta in carcere a vita con estremo disappunto dello stesso imputato:
“ Ovvio che avrei preferito la pena capitale, non mi interessa avere rapporti con la gente. Se mai riuscirò a uscire di qui, ricomincerò ad uccidere, ma questa volta sarà peggio, 10 volte peggio. Per me la morte non è niente, non significa niente. Per voi sono stati 52 omicidi, per me sono la norma”
Mentre scrivevo l’elenco dei massacri ad un certo punto mi sono sorpresa stanca e infastidita. Solitamente, come avete visto nelle precedenti recensioni, cerco sempre di immaginare i dolori, le sofferenze e i patimenti per gli abusi che questi assassini hanno spesso subito in prima persona, come mostra quanto scritto sinora, fin dalla tenera infanzia. Cerco di immaginare come la portata di questi eventi, che potrei paragonare ad uno tzunami che stravolge e spazza via la mente di una persona, possa aver influito sui futuri eventi, sulle future gesta. Non lo faccio per giustificare, non c’è giustificazione per simili compimenti, ma per capire e per scoprire che in alcuni casi le colpe di cui si macchia un individuo sono da ricercare nelle precedenti colpe di altri. Lo faccio perché se così non fosse, sarei costretta a dire e a credere che chi arriva a compiere atrocità come quelle che abbiamo letto, lo fa senza causa, per puro piacere ( e in alcuni casi non lo escludo),che è un essere umano difettoso dalla nascita; perché sarei costretta a credere nella crudeltà fine a se stessa nel senso più assoluto e non voglio. Bene in questo caso non riesco, pur sforzandomi ve lo giuro, ad eseguire lo stesso procedimento mentale già fatto in precedenza. Mi dispiace ma ritrovo davanti a queste pagine scritte come un pezzo di ghiaccio, fredda e senza sentimenti…..
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